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 «Stanchi» alla fine della settimana, ma mai «stufi». Capaci di relazioni sincere e buone nella comunità e soprattutto nel «presbiterio, una nuova, piccola, famiglia in cui entrate». E poi, testimoni di una fede che non è solo «sentimento», ma pratica quotidiana che si specchia nelle opere.

Sono i tre auguri che il vescovo Franco Giulio ha rivolto a Beniamino Agliati – 39 anni, delle parrocchie unite del centro -, e Vincenzo Formisano – 40 anni da poco compiuti, della parrocchia della Bicocca -, i due seminaristi che oggi in cattedrale sono stati ordinati diaconi.

A presentarli, come previsto dal rito, il nuovo rettore del “San Gaudenzio” don Marco Barontini. Con loro i familiari, i parroci delle parrocchie di origine – don Renzo Cozzi per il Centro Città e don Andrea Mancini per la Bicocca –, i compagni di seminario e tanti amici e fedeli delle parrocchie dove hanno prestato servizio durante il loro cammino di discernimento e formazione che oggi è arrivato alla sua ultima tappa, prima dell’ordinazione sacerdotale.

Nella sua omelia il vescovo ha commentato tre brani della scrittura scelti per la liturgia, ciascuno per sottolineare uno degli aspetti del sevizio che è al cuore del ministero del diaconato.

Il servizio «regale»

A partire dal servizio «regale», che emerge dalle parole del profeta Isaia: «è il tempo del ritorno dopo l’esilio di Babilonia e l’incontro con la Gerusalemme che è simbolo della Chiesa nel mondo – ha commentato il vescovo -. È bello che il senso del servizio si ritrovi in questa appartenenza in un mondo affetto da individualismo». Un servizio che muove dall’amore – «“Per amore di Sion non tacerò”, dice Isaia» – e che non si risparmia: «è bello immaginarvi e immaginarci stanchi, alla domenica sera, dopo aver lavorato per la “Festa” delle nostre comunità. Purtroppo, però capita che questa stanchezza si trasformi in disamore o depressione. Vi auguro e auguro a tutti noi di essere sempre “stanchi” e mai “stufi”».

Seducenti, non seduttivi

E in quest’opera regale, che trasforma la Gerusalemme in declino in «corona nelle mani del Signore», a diaconi e preti il vescovo ha chiesto di essere «seducenti», camminando un sul filo sottile, però, che evita di divenire seduttori: «il prete e il diacono seducente è colui che è capace di trascinare per mettere in cammino. Il seduttore rischia di commettere uno dei peggiori tipi di abuso: quello di “potere spirituale”, perché non lascia crescere colui che accompagna legandolo a sé».

Il servizio «amicale»

La seconda dimensione del servizio è quella «amicale», che il vescovo ha proposto a partire dal brano – «bellissimo» – di Giovanni, con il passaggio «non vi chiamo più servi ma amici». «Da soli sacerdoti e diaconi non possono fare niente. Non sono niente. Non possiamo pensarci fuori da una rete di relazioni, nella comunità e in quel gruppo più ristretto che è come una piccola famiglia: il presbiterio».

L’amicizia tra i sacerdoti

Eppure, ed è questo l’elemento che ha sottolineato con maggior forza il vescovo: «troppo spesso si registra come manchi l’amicizia vera nelle nostre relazioni, anche tra preti. Basti pensare cosa succede, troppo spesso, quando qualcuno sbaglia: invece della correzione e della vicinanza, viene additato a tutti persino sui social. Questi episodi sono la cosa che mi causa maggiore tristezza in questo momento del mio cammino episcopale».

Il servizio «operoso»

Ed infine il servizio «operoso», quello di cui parla Giacomo nella sua lettera. «Fede e opere spesso sono intese come differenti o addirittura in contrapposizione. Invece non possono che essere insieme. La nostra è una fede “operosa”. Che si nutre e nutre essa stessa le nostre opere, ciò che facciamo. Una fede diversa da quella slegata da ogni altro elemento, una fede che è solo sentimento che purtroppo propone il contesto culturale oggi. Nessuna cosa importante nella vita può essere solo un “sentire”. Come l’amore tra marito e moglie, che è fatto di dedizione concreta, affetto dimostrato, gioia e fatica condivisa, anche la fede non può essere qualcosa che vive senza la concretezza dei gesti e delle opere».    

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