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Padre Gianfranco Chiti, originario di Gignese, è venerabile. Il bollettino della Santa Sede ha annunciato oggi che il papa ha autorizzato il dicastero della Cause dei Santi a promulgare il decreto sulle virtù eroiche del padre cappuccino. Un passo in più nel processo canonico per la beatificazione.

Il parroco don Albert Tafou ha salutato la notizia facendo suonare le campane a festa. «In paese non c’è più nessuno ormai che ricorda di averlo conosciuto – racconta don Tafou -. Ma alcuni nipoti e pronipoti che vivono a Milano hanno ancora una casa da queste parti e spesso tornano. E poi ogni anno ricordiamo padre Gianfranco con un convegno o con una celebrazione».

Non è una biografia usuale per un santo, quella di Chiti. Nato a Gignese nel 1921 (muore a Roma nel 2004), è stato ufficiale nel Regio esercito e medaglia al valor militare a 21 anni per la campagna di Russia. Dopo la guerra divenne generale di brigata dei Granatieri di Sardegna e rivestì incarichi apicali nelle scuole militari e poi nello Stato maggiore dell’esercito. Congedatosi nel 1978, si fece cappuccino.  A Orvieto ha ridato vita a un monastero abbandonato trasformandolo in una vera e propria oasi di spiritualità.

Ma è il suo comportamento durante gli anni della Repubblica sociale a raccontarne meglio il coraggio e l’eroicità delle virtù cristiane. Ricevuti in consegna dai tedeschi una ventina di prigionieri – fra cui vecchi, donne e bambini – perché li giustiziasse, li spinse alla fuga. La sua generosità colpi profondamente i suoi commilitoni. «Chiunque si recava al suo caposaldo si ritrovava inspiegabilmente in tasca qualche sigaretta, due biscotti, un pezzo di carne o un tocco di marmellata» raccontò uno di loro.

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